Figura affascinante e carismatica, Pitagora è al centro di molte leggende ed aneddoti. Dei suoi scritti non abbiamo nulla, anche se si racconta che un suo discepolo, Filolao, abbia venduto gli scritti del Maestro per una cifra considerevole, addirittura a Platone.
LA NASCITA, L’INFANZIA, LA FORMAZIONE
Pitagora nasce nell’isola di Samo intorno al 580 a.C. Apollonio, nella sua opera dedicata a Pitagora, cita il nome della madre, Pithaide. Suo padre, Mnesarco, facoltoso incisore e mercante di pietre preziose, secondo la leggenda, trovandosi a Delfi, volle chiedere alla Pizia delucidazioni sul suo futuro. La sacerdotessa predisse la nascita di un figlio saggio che avrebbe portato beneficio a tutto il genere umano. Il nome di Pitagora, attribuito proprio in onore di Apollo, deriva da “pithia”, il tempio di Apollo, e “agorà”, la piazza. Quando suo figlio nacque, Mnesarco, tornato a Samo, fece erigere un tempio dedicato al dio del quale si credeva Pitagora fosse la reincarnazione.
Pitagora trascorse i suoi primi anni a Samo, istruito dai migliori maestri, tra cui un citarista, un maestro di scuola ed un pittore, grazie alle possibilità economiche della sua famiglia. Fu allievo di Ferecide di Siro, uno dei sette sapienti, da cui trasse l’interesse per l’orfismo e per la metempsicosi. Insieme a suo padre Pitagora viaggiò molto, entrando in contatto con molteplici culture e figure di spicco del tempo. All’età di circa vent’anni, come narra Giamblico, Pitagora si recò a Mileto dove seguì le lezioni di Talete e del suo allievo Anassimandro, che lo introdussero nel mondo delle idee matematiche. Da Talete, primo dei sette sapienti greci, apprende la matematica, l’astronomia e il famoso insegnamento che recita “non abbellire la tua immagine, sia bello invece il tuo agire”. Anassimandro è “padre di idee rivoluzionarie che spiega i fenomeni naturali senza far ricorso alle divinità”. Il giovane Pitagora è affascinato dai principi della cosmologia e dall’uso dell’aritmetica e della geometria per disegnare la prima carta geografica al mondo. Grazie a lui, primo fra tutti, Pitagora intuisce la forma sferica della Terra. Ebbe contatti con i Caldeani e i dotti della Siria, , gli Egizi (Antifonte nella Vita Porfiriana sostiene che sia rimasto ben 22 anni in Egitto) da cui apprese molte delle credenze che avrebbe imposto successivamente nelle scuole che fondò in Italia, compreso il vegetarianesimo, a Babilonia e a Creta, dove studiò il sistema legislativo.
Le antiche biografie, che utilizzano fonti originali, scritte da autori che gli attribuiscono poteri divini, sono concordi nel ritenere che Pitagora sia morto a Metaponto.
19 anni a Metaponto (Timeo e Aristosseno) – Storia della regione lucano-bruzzia- Opera inedita a cura di Angelo Russi
503/500-480 a Metaponto (Giustino)- ipotesi poco credibile
Ci sono tre ipotesi principali sulla morte di Pitagora:
Mentre lui e i suoi tenevano una riunione nell’abitazione dell’atleta Milone, capitò che uno di quelli che non erano stati ritenuti degni di essere ammessi al sodalizio, per invidia, appiccò il fuoco all’abitazione – peraltro alcuni affermano che siano stati i Crotoniati stessi, nel timore di un tentativo di stabilire una tirannide -. Pitagora dunque fu preso mentre fuggiva: giunto a un campo pieno di fave, pur di non attraversarlo si arrestò, proclamando che era meglio essere catturato piuttosto che calpestarle e preferiva farsi uccidere, piuttosto che parlare; così, fu sgozzato dai suoi inseguitori. Non diversamente, anche la maggior parte dei suoi sodali, all’incirca quaranta, vennero uccisi; pochissimi riuscirono a sfuggire, tra i quali Archita di Taranto e Liside.(DIOGENE LAERZIO – VITE DEI FILOSOFI)
Che Pitagora abbia trovato la morte nella comunità di Metaponto, dopo essersi rifugiato nel piccolo tempio dedicato alle Muse, dove rimase quaranta giorni privo del necessario per vivere (DICEARCO, svalutazione-negazione del pitagorismo metapontino e propaganda filo-calcidese).
Che Pitagora abbia vissuto per circa vent’anni a Metaponto fondando la sua “Cattedra” presso il Tempio di Hera
Vi dimostreremo perché l’unica valida è la terza.
DIOGENE LAERZIO – VITE DEI FILOSOFI
Ermippo narra anche un altro episodio della vita di Pitagora. Scrive infatti che come giunse in Italia si costruì una sorta di piccola camera sotterranea e ordinò alla madre di scrivere su una tavoletta gli avvenimenti, non senza le opportune indicazioni temporali, e poi di inviargliela lì giù fin quando non avesse fatto ritorno; cosa che la madre fece. Dopo qualche tempo Pitagora ritornò alla luce, smagrito e ridotto pelle e ossa; recatosi all’assemblea pubblica, affermò di essere tornato dall’Ade e per di più lesse loro l’elenco degli avvenimenti verificatisi nel frattempo. Allora i cittadini, colpiti dalle sue parole, davano in pianti e lamenti, credendo che Pitagora fosse una divinità, tanto che gli affidarono le donne affinché apprendessero qualcosa dei suoi insegnamenti. E queste furono chiamate Pitagoriche. Così dunque Ermippo.
La scuola che egli guidò, in parte religiosa e in parte scientifica, seguì un codice di segretezza e sicuramente questo fa di lui una figura ancora oggi misteriosa. Le sue teorie sono riportate da numerosi autori dei secoli successivi e sono tuttora oggetto di molti studi. Pitagora di Samo, spesso descritto come il primo matematico puro, è una figura estremamente importante nello sviluppo di questa disciplina. Ritornato a Samo, fondò una scuola che fu chiamata “Emiciclo” e, subito dopo, si recò nella parte meridionale dell’Italia dove diede vita a nuove scuole filosofiche e religiose in varie località tra cui Metaponto. La sua scuola, prima nel mondo antico, fu aperta oltre che agli uomini anche alle donne: la prima donna filosofa riconosciuta dagli studiosi, è proprio sua moglie Teano. Nel suo Discorso alle donne Pitagora raccomandava di compiere i riti sacrificali, astenendosi però dalle offerte di animali e dai sacrifici cruenti. Bisognava offrire focacce e accostarsi al tempio e ai riti solo se non si era state prima con il proprio marito. Le ammoniva poi a pronunciare poche e caste parole e a coltivare le disposizioni più tipiche delle donne: la pietà religiosa e la generosità verso gli altri. Pitagora e i suoi seguaci, conosciuti come mathematikoi, che vivevano nelle scuole permanentemente, non avevano possedimenti privati ed erano vegetariani. Pitagora stesso provvedeva alla loro istruzione ed essi obbedivano a regole severe. I membri esterni erano conosciuti come gli akousmatics, vivevano nelle loro proprie case, e si recavano nella Scuola soltanto durante il giorno. Pitagora e i suoi seguaci diedero importanti contributi alla matematica, furono interessati ai suoi principi, al concetto di numero, di triangolo o di altre figure matematiche e all’idea astratta di dimostrazione. Pitagora credeva che tutte le relazioni potessero essere ridotte a relazioni tra numeri. Questa generalizzazione derivò dalle sue osservazioni nel campo della musica, della matematica e dell’astronomia. Diede notevoli contributi alla teoria matematica della musica, fu un eccellente musicista, in grado di suonare la lira, e può essere considerato l’inventore della musicoterapia poiché usò la musica per aiutare gli ammalati. Nelle loro pratiche etiche i Pitagorici furono famosi per la loro amicizia reciproca, l’altruismo e l’onestà. A Crotone i pitagorici avevano un grande peso politico e, quando la città attaccò e sconfisse la vicina Sibari, Pitagora e la sua scuola vennero coinvolti nella disputa e il filosofo scelse di stabilirsi nella splendida Metaponto dove aveva già molti seguaci e dove morì.
Ci piace pensare alla vita di Pitagora come ad un semicerchio che racchiude in sé un triangolo ai cui vertici si trovano tre A, simbolo dei passaggi salienti della sua esistenza. Dopo che Pitagora Abbandona Samo, dove aveva fondato la sua prima scuola incentrata sul sistema aperto dell’Emiciclo, ma rivelatasi incapace di contrastare la tirannide di Policrate, avverte la necessità di riconsiderare, sulla scorta dell’esperienza subita, un sistema più prudente per la diffusione dei saperi. A Crotone, infatti, da dove sarà Allontanato, dà vita ad una scuola sostanzialmente chiusa, corrispondente al suo ideale di un dominio teocratico della verità e basata su una progressiva acquisizione dei saperi, come testimoniato dalla presenza delle figure di acusmatici e pitagorici.

Pitagora e la sua scuola esercitarono certamente un’influenza politica e i pitagorici ricoprirono individualmente cariche pubbliche, ma il vero scopo della scuola e del suo fondatore era la formazione dell’uomo e del cittadino, anche se i Pitagorici furono visti, ad un certo punto come degli oppositori al cambiamento politico e furono perciò aggrediti ed eliminati fisicamente. Pitagora fu dunque politico, esoterico, filosofo, fisico e matematico: sono questi gli aspetti della vita del grande pensatore greco che lo hanno reso immortale nel campo della cultura mondiale.
La summa del suo pensiero è contenuta nei Versi aurei, messi per iscritto dai Pitagorici che seguirono la via del maestro dopo la morte di quest’ultimo, per istruire coloro che sarebbero venuti dopo di loro.
Stranamente è stato proprio Aristotele, cioè colui che più ha preso sul serio e discusso la filosofia di Pitagora, confrontandola con quella di Platone, a trasmettere i dati della leggenda di Pitagora, nello scritto, andato perduto, Sui pitagorici. Il neopitagorico Apollonio di Tiana (I sec. d.C) ha, poi, fatto il resto.
La leggenda attribuisce a Pitagora, oltre al fatto di essere la reincarnazione di vari personaggi illustri (come Etalide, Euforbo, Ermotimo e infine Pirro, un modesto pescatore di Delo), numerosi prodigi che rivelano il potere di parlare agli animali, il dono dell’ubiquità e la capacità di prevedere ed arrestare epidemie e calamità naturali. L’esoterismo di Pitagora è confermato dalla cospicua presenza di simboli impiegati nella sua scuola: la tetraktys, la stella a cinque punte, il pentagono, il significato di alcuni numeri.
Questo è certamente l’aspetto più misterioso ed affascinante di colui che, a buon diritto, può considerarsi l’uomo-simbolo di Metaponto, città che non avrebbe avuto la sua gloriosa storia se la sua terra non fosse stata calpestata dall’Illuminato di Samo.
Solo per citare i nomi più illustri, questi gli autori che documentano la presenza di Pitagora a Metaponto: Aristotele (IV sec. a.C), Eraclide Pontico (IV sec. a.C), Aristosseno (IV sec. a.C.), Satiro (sec. III a. C.), Dicearco (350-290 a.C.), Pompeo Trogo (I sec. a.C.), Valerio Massimo (I sec. a.C.), Diogene Laerzio (180-240 d.C.), Cicerone (106-43 a.C.), Clemente di Alessandria (150-215 d.C.), Porfirio (233-205 a.C.), Giustino lo storico (II-III sec. d.C), Giamblico (245-325 d.C).
Giamblico, nel De vita pythagorica (248) scrive:
“Cilone di Crotone […] era stato preso dal desiderio di entrare a far parte della comunità dei Pitagorici, e s’era rivolto allo stesso Pitagora, ma ne era stato respinto. Aveva quindi, per questo fatto, intrapreso un’aspra guerra coi suoi amici contro Pitagora e i suoi amici […]. Pitagora fu costretto ad andarsene a Metaponto, dove, secondo che si tramanda, morì.”
Dai Frammenti di Dicearco di Messina si evince che
“Partito da Samo, Pitagora giunge in Italia nel 530 a.C., dove guiderà la sua scuola per trentanove anni, i primi venti dei quali trascorsi a Crotone, i restanti a Metaponto”
Porfirio, in Vita Pythagorae (56) afferma:
“In questo modo fu allontanato da Locri; di lì passò a Taranto, ove ebbe presso a poco la stessa sorte che aveva avuto a Locri; quindi passò a Metaponto”.
Cicerone, nel De finibus (V 2,4) usa queste parole:
“Per conto mio, o Pisone, son d’accordo con te: capita comune¬mente che la rimembranza suscitata dai luoghi ci faccia pensare agli uomini famosi con maggior intensità ed attenzione. Tu sai che una volta mi sono recato con te a Metaponto e non sono entrato in casa del nostro ospite prima di aver visto il luogo stesso dove era morto Pitagora e la sua dimora”.
E’ poi interessante notare come Giamblico, nella conclusione della sua celebre De vita pythagorica inserisca un imponente catalogo di ben 218 uomini e 17 donne seguaci di Pitagora, dal quale emerge che Metaponto contava un numero di pitagorici di gran lunga superiore persino a Crotone, dove ne sono stati censiti 29. Sono, infatti, ben 38 i pitagorici di Metaponto:
“Di Metaponto: Brontino, Parmisco, Orestada, Leone, Damarmeno, Enea, Chilante, Melesia, Aristea, Lafaone, Evandro, Agesidamo, Senocade, Eurifemo, Aristomene, Agesarco, Alcia, Senofante, Trasea, Eurito, Epifrone, Irisco, Megistia, Leocide, Trasimede, Eufemo, Procle, Antimene, Lacrito, Damotage, Pirrone, Ressibio, Alopeco, Astilo, Lacida, Antioco, Lacrale, Glicino”.
E questo, accanto ad altri elementi, dimostra l’eccezionale prestigio acquisito da Pitagora nella comunità di Metaponto e l’influenza determinante che egli esercitò sulla cultura della nostra terra, cresciuta in breve tempo fino a fare di Metaponto la città più ricca e splendente della Magna Grecia. I passi riportati di seguito sono estratti dall’opera Pitagora e il suo influsso sul pensiero e sull’arte di Christiane L. Joost-Gaugier (pag.178 e 180):
“Non tutte le cittadine o città della Grecia classica avevano un tempio dedicato ad Apollo”.
In ogni caso, se dobbiamo prestare fede a Giamblico, la tradizione che collega Pitagora con i templi dedicati a questo dio è antica. Secondo Giamblico, il padre putativo di Pitagora, Mnesarco, celebrò la nascita del sapiente costruendo sull’isola di Samo un tempio consacrato ad Apollo, il “vero” padre di Pitagora.
Questo tempio risalirebbe all’inizio del VI secolo a.C., sebbene non sia stato identificato con alcuno dei templi noti grazie alle testimonianze archeologiche per essere stati innalzati a Samo in quello che fu un periodo di intensa attività costruttiva.
A Metaponto, un tempo città potente, e oggi un isolato sito di rovine, le testimonianze superstiti indicano che due templi dorici del VI secolo a.C., oggi scomparsi, furono dedicati ad Apollo. Uno è noto agli archeologi come tempio B, l’altro come tempio di Apollo Licio. L’esistenza di due templi consacrati a questo dio in una sola città è inusuale; l’importanza di Apollo per Metaponto è sottolineata dalle testimonianze letterarie e archeologiche.
Erodoto descrive un manteion, o monumento con altare dedicato ad Apollo da Aristea nell’agorà di Metaponto. I resti di questo altare si trovano nell’angolo sudoccidentale dell’agorà. Inoltre, numerose foglie d’alloro (l’albero sacro ad Apollo) in bronzo sono state ritrovate nell’area.
Evidenze ulteriori che il culto di Apollo fosse ben sviluppato in questa località possono essere individuate nella monetazione di Metaponto, che comprende rappresentazioni del dio che dinanzi ad un altare tiene un ramo di alloro, risalenti al V secolo a.C. il fatto che questi templi siano stati eretti, forse quando Pitagora era ancora vivente, a Metaponto, nel luogo dove visse e insegnò dopo la sua partenza da Crotone, offre una solida prova a sostegno dell’influsso da lui esercitato nell’introduzione del culto di Apollo nella Magna Grecia, ovvero nell’Italia meridionale. […]
Sebbene questi templi siano praticamente scomparsi, è senz’altro significativo che durante il secolo in cui visse Pitagora è attestata l’esistenza di templi ad Apollo in tutti i luoghi ove egli risiedette e insegnò (Samo, Metaponto e Crotone). Ciò rafforza ulteriormente l’ipotesi che fu il suo influsso ad aver portato il culto di Apollo in Magna Grecia.
Metaponto trae dalla presenza di Pitagora un notevole giovamento che ha effetti straordinari in tutti i campi della vita sociale, economica e culturale. E’ per questo che anche il V e IV sec. a.C. segnano un’epoca di benessere e di sviluppo urbanistico.
A Metaponto, dove il Maestro insegnò, visse e morì, dal 17 maggio 2019 è possibile ammirare il monumento a lui dedicato. In realtà si è voluto onorare il Maestro al pari di altri grandi filosofi, come Socrate, Platone, Aristotele, tutti rappresentati con bellissime statue a loro dedicate in più parti nel mondo. A Metaponto si è colmato un inspiegabile vuoto secolare: il Maestro dei maestri privo di una statua in stile classico realizzata in suo onore.
La statua farà compagnia a quella in stile moderno presente a Samo, l’isola natia di Pitagora, ed è la estensione volto-corpo dell’erma presente nei Musei Capitolini di Roma.
Come si evince dalle note storiografiche il busto capitolino è tratto da un originale greco del V secolo a.C., quindi di elevata attendibilità. In realtà la statua appare la naturale conclusione del ciclo di una vita fantastica di un uomo immenso che a Samos traguarda il cielo con una squadretta in mano, per prendere evidentemente divina ispirazione, e a Metaponto con sguardo sapiente e con mano ferma indica la summa della sua sapienza: la tetrade, il tetraedro, il solido perfetto racchiuso in triangoli in cui è espressa la sacra tetraktys. Si è voluto immaginare che il suo sepolcro, sin qui mai trovato, potesse essere a forma di tetraedro ed è per questo che è così rappresentato e protetto nella sua Agorà di Metaponto.
Nell’Agorà il Maestro, grazie al posizionamento lievemente sollevato dal piano stradale, continuerà il suo dialogo immaginario con quanti ancor oggi vedono nei suoi versi aurei la saggezza e la lungimiranza a lui universalmente riconosciute.
Non a caso Pitagora viene rappresentato, in formato uomo e nelle sue più probabili fattezze, con un copricapo formato da una fascia di tessuto intrecciata al di sopra di un berretto probabilmente in cuoio. Secondo quanto riferisce Claudio Eliano (Varia historia, XII, 32), il filosofo era solito vestire all’orientale e adoperare una benda (tenia o fascia) annodata intorno alla testa, simile all’odierno copricapo indossato nel Nord Africa e nel vicino e medio Oriente.
Questa specie di turbante stabilisce un collegamento con la tradizione sviluppata dall’età ellenistica in poi, secondo cui Pitagora sarebbe stato un mediatore culturale tra Occidente ed India (Museo Archeologico Nazionale di Napoli). A Metaponto, 2600 anni dopo, si è colmata una sorprendente dimenticanza della storia che non poteva più essere rimandata.